Ennio Finzi nasce a Venezia nel 1931e, giovanissimo, si interessa alla pittura ed alla musica. Dopo una temporanea frequenza dei corsi dell’istituto d’Arte di Venezia viene attratto dall’affascinante scoperta dello sconvolgimento strutturale del cubismo, il che gli permette di trascendere il dato reale della rappresentazione.
Dopo la Biennale del 1948 si riapre a Venezia l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee e questo fatto offre a Finzi la possibilità di dedicarsi allo studio dei maestri delle avanguardie storiche. L’incontro con Atanasio Soldati, che soggiornò a Venezia per qualche tempo, generò uno stimolo che probabilmente influenzò le opere successive con accesi cromatismi e rigorosi equilibri formali. Nascono così le prime “invenzioni” in cui il ritmo, il colore, la luce, il timbro, assumono il ruolo di elementi portanti e diverranno una costante basilare di tutta la sua ricerca.
Notevole influenza in quegli anni sarà esercitata su Finzi da Virgilio Guidi per la forza ideologica del pensiero creativo e da Emilio Vedova per l’impeto del gesto che aggredisce la superficie. La scoperta della musica dodecafonica lo porta ad appropriarsi del principio della “dissonanza”. Improvvisamente, in tal modo, la prassi di un colore sciolto da ogni relazione di tono e che si assumeva l’esclusiva funzione di timbro, apriva nuovi e vasti orrizzonti, tanto che da quel momento e fino al termine degli anni ’50 il suo lavoro risulterà un’ossessiva ricerca sulla semantica del gesto, della luce, del timbro.
Il rapporto suono-colore, un colore che Finzi, più che ”vedere” ama “ascoltare” nelle sue risonanze più intime, gli permette di esprimersi secondo altre regole del tutto aleatorie in svincolata autonomia. Sul finire degli anni ’50, segnati dalle sconvolgenti intuizioni di Lucio Fontana che Finzi conobbe a Milano in occasione di una sua mostra alla galleria Apollinaire, la turbolenza gestuale e l’urgenza espressiva si placano e subentra una dimensione più riflessiva nella direzione di un superamento della pittura stessa, con l’avvicinamento alle teorie gestaltiche sulla fenomenologia della percezione. I principi della optical art informarono le sue ricerche sulla suggestione ottica, dovuta al fenomeno della conservazione retinica delle immagini, fino al 1978. Dopo una breve crisi seguita all’esaurimento dell’interesse per i principi della visualità strutturata, nel 1980 Finzi si abbandona, con rinnovava energia ed entusiasmo, alla ritrovata immediatezza della pittura scandagliando nuovamente le fascinose trame del colore, che si eleva oltre le dissonanze degli anni Cinquanta. La pittura riconquista lo spazio dominante con un successivo alternarsi di colore e non colore, di luce ed oscurità che si contendono la superficie dell’opera. Il nero viene posto come la luce del buio, del vuoto del silenzio, e lo conduce a sondare le risonanze più segrete dell’inesistente sull’invisibilità della pittura stessa. Nella continua dialettica che contraddistingue il principio della ricerca, Finzi procede per stadi successivi di evoluzione caratterizzati da espansioni di sontuosità cromatiche e da improvvisi azzeramenti di ogni luminosità in cui concentra allo stato potenziale ogni emissione energetica. Questo incessante porre in discussione i propri modi operativi, lo rende estraneo ad ogni precostituita forma stilistica e gli fa assumere il “non-stile” ad etica professionale.
Attraverso il succedersi delle esperienze Finzi insegue continuamente il sogno della sorpresa della
pittura con una tensione sempre rivolta alla rigenerazione, alla catarsi e negli anni più recenti si riappropria delle connotazioni insite nella pittura e nel colore non più inibiti da regimi ideologicamente chiusi, bensì con un abbandono totalmente aperto e disponibile alla sfera globale del sentimento della pittura stessa..
Cesco Magnolato è nato nel 1926 a Noventa di Piave, risiede a S. Donà di Piave, (VE).Ha conseguito la maturità artistica e il Diploma in Pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia.
La sua attività è iniziata nell'immediato dopoguerra, nell'ambiente artistico veneziano dell'opera Bevilacqua La Masa e negli studi dei giovani artisti in palazzo Carminati. E' stato docente per oltre trent'anni, all'Accademia di Belle Arti di Venezia, ed inoltre nel 1980 presso l'Accademia di Brera a Milano.
Ha partecipato alle più importanti esposizioni di pittura e grafica in Italia ed all'estero, tra le quali ricordiamo: XXVII, XXVIII, XXIX Biennale Internazionale di Venezia e alla mostra dei Grandi Premi della Biennale Internazionale di Venezia dal 1948 al 1960 Cà Pesaro - Galleria d'Arte Moderna del 1962.
E' stato invitato alle Quadriennali Romane nel 1955, 1959, 1965; alla Mostra «50 anni di Pittura Veneta» a Varsavia e a Vienna nel 1958; al VI Festival della Giovane Pittura Internazionale a Vienna nel 1959; alla Mostra «Biennale de Paris» Esposizione Internazionale dei giovani artisti, Galleria d'Arte Moderna - Parigi 1959.
Alla III Biennale Internazionale d'Arte del Mediterraneo di Alessandria d'Egitto 1959-60. Invitato con un gruppo di opere alla Mostra «Cultura Italiana oggi» organizzata dalla Biennale di Venezia a: Copenaghen, Oslo, Goteborg 1961; e alla XXIV e XXVI Biennale Nazionale d'Arte «Città di Milano» 1965-69. Nel 1963 partecipa alla XXI edizione del «Salon Populist» a Parigi presso il Museo d'Arte Moderna.
Invitato alla Mostra Intenazionale sulla Resistenza a Berlino DDR «Intergrafik» 1965 e alla Mostra Internazionale «Intergrafik» 1967, 1970, 1984,1987 - Berlino DDR.
Alla Mostra Biennale Internazionale della Grafica - Firenze 1968, 1972, 1976, e alle Triennali Nazionali dell'Incisione - Palazzo delle Esposizioni Milano 1968, 1980, 1986, 1990.
Alle Biennali dell'Incisione italiana Galleria Bevilacqua La Masa Venezia nel 1955 - '57 - '59 - '61 - '63 - '65 - '68 e alle Biennali dell'incisione italiana a Cittadella (PD) nel 1966, '69 - '79 - '83. Alla Mostra di «Pittura dal Realismo alla nuova Figurazione» Bibione 1979.
Alla Quatrieme Biennale Europeènne de la Gravure de Mulhouse in Francia 1980; alla Biennale Europea a Heidelberg Baden Baden 1981 e alla Mostra Internazionale di «Arteder» 82 Bilbao - Spagna 1982 e molte altre.
Ha ricevuto numerosi premi tra i quali ricordiamo il 1° Premio per l'Incisione alla XXVII Biennale Internazionale d'Arte di Venezia.
Ha illustrato, con le sue opere, testi poetici e narrativi. Una biografia e bibliografia completa si trova presso l'Archivio Storico della Biennale di Venezia.
Contadini, operai, lavoratori, questi sono i personaggi che popolano le opere di Cesco Magnolato. Un autore che da oltre cinquanta anni porta avanti una ricerca rigorosa, incentrata sulle problematiche della sua terra, il Basso Piave. Figure e volti assimilati e con il tempo resi archetipi di una condizione di disagio, di stati interiori e rapporti sociali. Un forte legame con le problematiche del proprio tempo che si dipana in visioni di contestazioni, fabbriche ed esodi d’immigranti. Nell’artista sanno convivere due “anime”: da un lato la continuità con la scuola veneta, e la tradizione coloristica. Dall’altro una forte matrice espressionista, con un segno forte e vigoroso, ed un colore prorompente.
Magnolato oltre la pittura ha sempre portato avanti una grande ricerca incisoria. Nel 1954 vince il primo pemio della biennale di Venezia per l’incisione. Evento che lancia il giovane autore, solo ventisettenne, come uno dei maggiori talenti delle scenario artistico.
Negli anni successivi approfondirà varie tecniche, prediligendo l’acquaforte e la puntasecca. Lavori innovativi, caratterizzati da un tratto deciso e ricco di istanze ed inquietudine. Grafiche dove talvolta è espresso il senso del colore, creando così una commistione creativa tra il suo essere pittore ed incisore.
Una ricerca che nonostante sia legata alla rappresentazione dell’umano, non cade mai nelle facili tentazioni del reale, bensì vi è una trasfigurazione che porta avanti una drammatica figurazione poetica.
Carlo Sala
In una frase del filosofo danese Kierkegaard (1843) si racchiude una parte della poetica artistica di Cesco Magnolato: “ Ripresa e reminescenza rappresentano lo stesso movimento, ma in direzione opposta, perché ciò che si ricorda è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo.”
Così Magnolato ricorda il suo passato, che è anche il passato della sua terra, il suo vissuto e ce lo ripropone in chiave artistica contemporanea.
L’epopea del mondo contadino del basso Piave trova, nelle sue opere, il mezzo per non scomparire ed essere per sempre ricordato nella Storia come tassello fondamentale e importante di una fetta di Storia della vita del Veneto Orientale.
Il grande Maestro attraverso l’uso saccente del bulino o l’energico segno del pennello trasforma le vibrazioni luminose dell’impressionismo in fremiti psichici, formulando così i principi dell’estetica espressionista.
Il vento dell’urlo di Cesco è presente in tutti i suoi quadri, a volte vuole essere una carezza a quei volti scarnificati, incavati dalla sofferenza, un gesto e una risposta a quegli occhi che chiedono aiuto e che raccontano il passato di vita e le sofferenze presenti del vivere. Talvolta quel vento si trasforma in uragano e trafigge la natura, altro elemento fondamentale della poetica dell’artista.
La natura, ricca ed esuberante, è raccontata attraverso vari elementi: girasoli, campi di granoturco, canne, radici dissipate dal terreno, foglie, gelsi, ed è protagonista incontrastata assieme all’uomo della poetica di Magnolato.
Il Maestro replica instancabilmente tutti i suoi soggetti nella ricerca di una catarsi, che scioglie quei nodi della memoria a lui tanto cari.
La tavolozza dell’artista è ricchissima e composta da colori matrici, che pullulano di vita propria.
Gli azzurri del neoromanticismo nordico sottolineano il peso della tristezza umana, mentre i rossi, di chiara matrice espressionista, esaltano il sentimento passionale dell’uomo, il cuore, il sangue che pulsa e che nutre tutti gli organi.
Trapela la necessità d’amore, la speranza di una vita migliore e la necessità di queste creature, sopraffatte da un dolore cosmico, di non essere mai dimenticate; esse non sono sopravvissute alla vita stessa, ma continuano a vivere e a comunicare grazie alle opere dell’artista.
Egli dipinge esseri viventi che respirano e sentono, soffrono e amano, sorta di realismo ideale.
La sonorità del colore e della linea sono la cifra espressiva del suo stile dove solo la necessità espressiva è regola di verità.
L’uomo è visto come trama e ordito della Storia, la natura è il filo che tiene tutto unito.
Magnolato, attraverso i suoi studi sulla figura e sul paesaggio, cerca sempre di ritrovare la prima impressione e di fermarla sulla tela.
Quando ci si pone davanti ai suoi quadri o alle incisioni e si osserva velocemente la successione delle immagini-natura avviene il miracolo: la Storia è raccontata.
Un’ immagine non si esaurisce in un unico dipinto. Ogni versione rappresentata è un contributo al sentimento della prima impressione, il particolare dell’emozione di un momento.
I “capricci astratti” che arricchiscono le tele o le incisioni di Cesco sono come gli esercizi di un pianista prima di suonare. Il pennello successivamente diventa padrone della situazione e, grazie all’immediatezza mai scontata e alla spontaneità di stesura, il Maestro ci dona immediatamente il suo messaggio, attraverso il dinamismo balliano, di segni decisi e fuggenti, vibranti emozioni dell’anima e ariosi effetti chiaroscurali.
La stessa forza fisica che Magnolato usa per incidere le sue lastre d’acciaio la mette anche nelle tele e sembra che, attraverso il movimento del corpo, gli venga data la possibilità di condurre all’esterno la carica espressiva della propria interiorità.
Quei volti di uomini e donne, contadini e operai, gli emarginati dalla società, hanno un costante e unico denominatore quello della sofferenza. I visi sempre contratti e arricchiti da copricapi-elmetti o coperti dietro bendaggi non nascondono mai il messaggio di tensione esistenziale dato dall’espressione degli occhi.
Il fruitore rimane esterrefatto, attonito dall’espressività spiazzante data da questi occhi grandi, profondi e carichi di parole, la loro Storia esistenziale che è storia dell’umanità si ripete anno dopo anno, secolo dopo secolo, ovunque!
Le creature rappresentate sono ridotte alla loro essenza, denudate da ogni falsità, libere di esprimere dignitosamente il proprio disagio attraverso gli occhi, volutamente grandi, e la bocca semiaperta in procinto di rigurgitare un fiume di parole.
Il silenzio però regna sovrano, esso può ferire l’udito più di qualsiasi rumore, perché quel silenzio è un urlo che viene dall’interno ed è più forte del frastuono del mondo.
La forza emotiva delle immagini di Cesco sono il risultato di una pittura vera, una pittura che ha l’anima e il corpo. L’opera deve essere anima e corpo insieme.
Dott.ssa Raffaella Ferrari
Giorgio Celiberti nasce a Udine nel 1929. Comincia giovanissimo a dipingere, appena diciannovenne partecipa alla Biennale di Venezia del 1948. A Venezia frequenta il liceo artistico e poi lo studio di Emilio Vedova. Nella città lagunare divide con Tancredi alla pensione Accademia la camera-studio; intense le frequentazioni con Carlo Ciussi, Marco Fantoni e Romano Parmeggiani, che negli stessi anni vivono a Venezia un periodo di formazione. Sulle orme dello zio Modotto, uno dei più rappresentativi pittori udinesi degli anni Trenta, Celiberti agli inizi degli anni Cinquanta si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con i maggiori rappresentanti della cultura figurativa d’oltralpe. Inizia così una serie di trasferimenti e viaggi che rimarranno fondamentali per la sua esperienza e la sua formazione: nel ’56 è a Bruxelles con una borsa di studio del ministero della Pubblica Istruzione; tra ’57 e ’58 nella Londra dei Bacon e dei Sutherland; poi negli USA , in Messico, a Cuba, in Venezuela. Al rientro in Italia si stabilisce per un lungo e fruttuoso periodo a Roma, dove frequenta gli artisti di punta del panorama italiano.
Torna a Udine alla metà degli anni Sessanta ed accade subito un fatto destinato a modificare in senso radicale la sua arte: nel 1956 visita il lager di Terezin, vicino a Praga, dove migliaia di bambini ebrei avevamo lasciato, testimonianze della loro tragedia: graffiti, disegni, piccole poesie. Da questa esperienza nasce la serie dei Lager. Nel 1975 i Muri antropomorfici scaturiscono dalla riflessione sui reperti della necropoli di Porto, presso Fiumicino, della Roma paleocristiana, di Aquileia romana e di Cividale longobarda. A partire dagli anni Sassanta l’artista si dedica specificatamente alla scultura. Le prime opere in bronzo, opere in pietra e in ceramica sono dedicate ai temi “monumentali” dei Cavalli e cavalieri, seguiti da un originale galleria faunistica: Gatti, Uccelli, Capre. In affinità con le tematiche “archeologiche” della pittura, nascono le Schegge, le Stele, i Bassorilievi.
Ha partecipato, ottenendo sempre ampi consensi di critica e di pubblico alle più significative manifestazioni d’arte in Italia e all’estero: alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, al Premio Esso, al Premio Burano, Marzotto, Michetti, La Spezia, San Marino, Autostrada del Sole, al Premio Internazionale del Fiorino, alla mostra della Nuova Pittura italiana in Giappone.
Oltre un centinaio le mostre personali. Tra le più significative quelle di Parigi (1953 e 1982); Londra (1956); Dallas (1963); New York (1963); Toronto (1976); Vienna (1978); Amsterdam (1979); Nova Gorica (1982); Novo Mesto (1983); Giaffa, Gerusalemme e Tel Aviv (1983); Bruxelles e Strasburgo (1987); Salisburgo, Los Angeles (1989); Londra, Dusseldorf, Barcellona (1990); Madrid e Parigi (1992); Millstat, Gent (1993); Chicago (1995); Museo di Zagabria (!998). Inoltre ha esposto più volte a Bologna, Firenze, Genova, Palermo, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona e naturalmente Udine.
Nel 1991 Celiberti ha eseguito anche due prestigiose realizzazioni pubbliche: il Mosaico dell’amicizia nell’atrio dell’Università di Lubiana e l’affresco di oltre 800 metri quadrati di superficie intitolato La vita, l’amore, la libertà sulla volta dell’Hotel Kawajyu di Shirama, in Giappone. L’ambito internazionale lo vede esporre a Umago, Lubiana, Monaco di Baviera tra il 1999 e il 2000, e nell’anno del Giubileo realizza una croce di tre metri presso la Chiesa di Fiumesino (Pordenone). Nel 2003 vince il Premio Sulmona e nel 2004 la sua città natale, Udine, gli dedica un’antologica al Teatro “Giovanni da Udine” con un’ampia rassegna delle sue recenti produzioni. Nel 2005 il Museo di Villa Breda di Padova ospita: “Giorgio Celiberti Antologica dalla Biennale a Giotto”. Lavori che spaziano dalla prima biennale del 1948 alle produzioni più recenti. Nell’autunno del 2005, il Principe Emanuele Filiberto di Savoia dona al MART di Trento e Rovereto un grande dipinto di Celiberti, che viene inserito nella collezione permanente del Museo.
Porsi davanti ad un’opera di Celiberti è un’emozione che ti segna l’anima. Ti attraversa il cuore, lo incide, quasi lo lacera. S’aggrappa infine alle viscere, quasi a strappartele assieme al tuo sentire ed essere più profondo. Si sente palpabile, e si può toccare, l’emozione violenta che penetrò nello stesso artista durante quello che per lui si sarebbe trasformato in un vero pellegrinaggio nei luoghi dell’orrore e della solitudine. I luoghi di chi aspettava un destino ignoto. Anzi, errore! Era un destino fin troppo noto, un destino che portava alla morte ed al - tentato - oblio di un intero popolo.
Ma l’oblio non può esistere, e non esisterà.
Questo, almeno, fino a quando l’Arte sarà partecipe non soltanto delle gioie e dei colori, ma anche e soprattutto delle miserie umane. Questo, almeno, fino a quando l’Arte racconterà, con la sua struggente poesia, gli accadimenti dell’Uomo, anche i più violenti e crudeli. Sublimandoli, certo, nella speranza e nella luce, ma proprio per questo non celandoli. Anzi, facendoli emergere e riemergere ad ogni sguardo nella nostra mente e nei nostri cuori. È questo il compito dell’Arte. Questo è il compito degli Artisti, di quelli veri: dare, donare, provocare emozioni legate al nostro, ed al loro, essere più nascosto e più intimo. A quel nocciolo duro, indistruttibile, eterno e universale dell’anima e della coscienza. E da queste ultime far riemergere finalmente il pensiero. Il pensiero puro, purificatore.
Terezin: i graffiti su quei muri grigi e scrostati. Le parole - incise sulla pietra - di speranza e di disperazione. I cuori che battevano e che non batterono più. Le farfalle che volevano volare e che mai volarono. Tutto ciò segna l’artista di Udine e, tramite lui, segnano noi. Sogni? Incubi? Fantasie? No di certo, pur se anche su questo si fonda l’Arte. Non sogni, non fantasie, nemmeno incubi. Semplicemente realtà. Pura e semplice realtà che si scontra, oggi, e fa a pugni con il nostro vivere edonistico. Con una vita ci spinge a rimuovere, a rimuovere sempre, le sofferenze che sembra non ci appartengano o non ci appartengono più, perché ormai parte della storia. Se non addirittura della cronaca televisiva di tutti i giorni, quella dell’ora di cena. Ma continuando a rimuovere i “lontani” drammi altrui avanza strisciando la rimozione delle nostre sofferenze e dei nostri abissi personali. Lenta, inesorabile, sottile come lama di rasoio.
Il porsi davanti alle opere di Celiberti è un invito a “entrare” in ciò che può svegliarci dal nostro torpore, dalla nostra ignavia, dal nostro non (voler?) pensare. Percorrere con gli occhi il tracciato di una farfalla, di un cuore, su una stele o su un graffito, quasi ad immedesimarsi in chi ha inciso il disegno preso a “modello” dall’artista, è esercizio da provare. Come il voler “vedere” attraverso quelle finestre scrostate, grigie, sempre chiuse, sempre senza orizzonti o luce che nasce. O rinasce. Diventa un “entrare” (o rientrare?) nell’altro – lontano, vicino, ma sempre Uomo o Donna sofferente - e in noi stessi. Perché dal più profondo dell’animo si vada a ritrovare, e riconoscere, anche la nostra, di sofferenza antica. Da questo bozzolo duro, allora sì, potranno nascere (o rinascere?) e volare alto le farfalle, stavolta colorate. Con una differenza, rispetto alle farfalle di Terezin. Le nostre, di uomini e donne d’oggi, la speranza di essere portate a colorarsi di luce sulle ali del vento possono averla. Ce l’hanno.
Beppe Castellano
Carlo Rao (1945) è nato a Cerda e vive a Treviso ove ha insegnato sino al 1989.
Ha fatto parte per anni dell'Istituto di Pedagogia dell'Università Ca'
Foscari di Venezia diretto dal Prof. Umberto Margiotta, tenendo come docente i corsi di:
didattica dell'apprendimento linguistico;
modelli di grammatica sperimentale;
analisi del segno poetico: dalla poesia lineare alla poesìa non verbale;
la poesia dagli anni Cinquanta in poi;
semiotica della lingua.
Per due anni, all'interno dell'Istituto di Scienze Umane, ha coordinato con
Patrick Quinet (Belgio), Maurice Craber (Svizzera) e Annie Benveniste (Francia), il progetto speciale sull'educazione linguistica, patrocinato dal Consiglio d'Europa.
Dal 1986 al 1990 progetta ed elabora con Ernesto Perillo l'Antologia
letteraria Scritture che viene edita nel 1991 e adottata a livello nazionale in molti bienni degli Istituti Superiori. Lasciato l'insegnamento si dedica a
tempo pieno all'aggiornamento per i docenti, alla scrittura e al teatro.
Nato nel 1910, Ulisse Salvador ha vissuto in modo intenso tutto il secolo scorso ed è arrivato al nuovo millennio dopo aver attraversato i novant'anni più fitti, più veloci e forse più significativi della storia. Nel Novecento è cambiata radicalmente la concezione di qualunque cosa abbia una relazione con l'operato umano, che sia di natura materiale o spirituale, si sono aperti nuovi campi di sviluppo e create nuove prospettive sul modo di intendere la vita. La tecnologia, i diritti umani, le convenzioni sociali, i tabù, le pratiche spirituali, gli stili di vita, il concetto di tempo e spazio e molto altro, quasi tutto, ha attraversato il secolo uscendone stravolto. A questo non fa eccezione l'arte, che ha sviluppato in pochi anni più correnti, idee, stili, tecniche e ruoli che in tutto l'intero resto del millennio. Per questo trovo particolarmente affascinante approfondire il lavoro di un artista che ha vissuto in un periodo così complesso, di continua transizione, dove era necessario essere sempre pronti a mettere in discussione il proprio punto di vista a seconda della nuova scoperta o delle nuove visioni del mondo che in collaborazione con i media inventarono la massificazione delle idee.
In che modo un artista sceglie in questo contesto un linguaggio da far diventare proprio e come riesce a restargli fedele dandosi una costanza che il mondo sembra aver definitivamente perso? In che cosa si rifugia e che tipo di selettività deve adottare per mantenere una ricerca integra e definita? Ovviamente le risposte a queste e ad altre domande variano a seconda di ogni personalità che si prende in considerazione e sono interconnesse alla biografia personale, ai luoghi in cui ha vissuto e agli altri personaggi con cui è venuto in contatto. Convinta di questo e non avendo avuto modo di incontrare Ulisse Salvador di persona prima di scrivere questo testo, ho comunque fatto delle piccole ricerche su altri cataloghi e da altri testi per capire la sua personalità prima di analizzare le opere in sé.
Salvador è nato a San Martino di Lupari, che non ha mai abbandonato, dimostrando una fedeltà e una coerenza particolari in un periodo geograficamente libertino, dove in un certo senso l'idea dell'arte e della cultura trovava man forte in quello dello spostamento, della velocità, della nascita dell'uomo cosmopolita. Dai testi di alcuni miei colleghi ho anche dedotto che la sua è una personalità un pò chiusa, gelosa del proprio mondo artistico, che ama quasi siggillarsi nel proprio lavoro come se fosse uno scrigno dove i vari elementi in cui trova rifugio e conforto vengono riproposti e ristudiati con le varie tecniche che ha affrontato nei suoi tanti anni di attività. Olio, tempera, affresco, strappo, disegno, acquerello e anche scultura sono i mezzi che ha utilizzato nel corso di vari anni, mantenendo sempre e comunque una impostazione classica. Lo conferma il fatto che il principale di questi mezzi divenne l'affresco, tecnica che ha già in sé un richiamo nostalgico e che dà l'idea di un qualcosa di fermo e stabile, un colore consolidato nella materia. Comincia a realizzare affreschi dal 1943, quando incontra Bruno Saetti, con cui ha avuto oltre che una svolta stilistica anche uno scambio umano o per lo meno di idee dovuto alla condivisione del loro studio per un anno e da un'amicizia assidua per altri due. E in questo caso mi viene in mente su Saetti soprattutto l'isolamento che ha sempre cercato dai vari gruppi e movimenti italiani del periodo, mantenendo una curiosità distaccata dagli input esterni. In tutti e due i casi, quindi, mi sembra importante sottolineare questa creazione di un mondo interno e protetto, un proprio regno interiore che vuole emergere tappezzando il mondo esterno delle opere che ne nascono. Per esempio, dall'esperienza della mia collega Sergia Jessi Ferro vengo a sapere che la casa di Salvador è completamente coperta di quadri, come una sovrapposizione che l'arte fa sull'architettura reale e metaforica della vita vissuta. Una vita trascorsa in modo tutto sommato lineare, sereno, con una famiglia che lo ha appoggiato nella sua vocazione artistica, soprattutto grazie alla figura di suo padre, amante dell'arte e della musica oltre ad essere un importante imprenditore edile. Aiutandolo appunto in questo lavoro, Ulisse Salvador trova un impiego creativo che gli permetteva di progettare, preparare disegni e decorazioni, assumendo in definitiva anche il ruolo che oggi avrebbe un ingegnere o un architetto. Si tratta di un altro esempio di questa capacità razionale che gli ha sempre permesso di mantenere un'unica direzione e di non perdersi negli eccessi del secolo, che non erano solo di natura culturale, ma anche sociale. E invece l'artista vive in un modo quasi nostalgico, attaccato agli amici del suo paese e all'amore per un'unica donna, Dina Bizzotto, che l'accompagna dall'adolescenza in poi.
Questa fermezza di carattere, l'essere schivo, il non pensare tanto all'idea di un riconoscimento - che è poi comunque arrivato - quanto a portare avanti un'arte che rappresentasse la sua visione di un'armonia classica, leggera e tenue, lo hanno portato a perpetuare per tutta la vita un gruppo abbastanza ristretto di soggetti che ci riconducono a un immaginario abbastanza territoriale, umanamente rassicurante e selettivo.
Ne è un esempio il tema religioso, sempre meno presente nella storia dell'arte proprio a partire dal secolo scorso, ma che sia Salvador che il suo amico Saetti hanno perpetuato dandogli una passionalità moderna, che univa una forte umanità al concetto di divino, unendovi il senso del riscatto, il bisogno della fiducia in qualcosa, la pietas e soprattutto il discorso su una "maternità" che prende a pretesto anche il richiamo religioso della Vergine per parlare di una femminilità che dà conforto, perdono e appoggio. L'atmosfera che in linea generale l'artista cerca di ricreare è quella di un ambiente calorosamente avvolgente, rassicurante, un punto fermo nella vita umana che contrasta con la velocità e i cambiamenti repentini del suo secolo. Salvador si fa così uomo dell'attesa, del ricordo, aspetta in una specie di campana di vetro che si sciolgano le confusioni esterne e costruisce con le sue opere un'Arca di Noè dove accoglie i soggetti che vuole salvare dall'alluvione di idee e innovazioni che piovono a dirotto in tutto il mondo. Salva ad esempio i soggetti delle marine e dei nudi e crea dei ritratti dai toni scuri e sfocati che sembrano ritrarre fantasmi più che persone, dando all'idea della famiglia e dei proprio cari un valore di nostalgia e ricordo, di cristallizzazione quasi sacrale nella memoria.
Soprattutto dagli anni settanta evolve in toto questo discorso facendo proprio un nuovo tipo di visione pittorica che lo porta a utilizzare una metafora ben precisa del suo modo di intendere l'arte e la costruzione della propria vita. I suoi soggetti principali diventano i muri veneziani, che rappresentano facciate di case antiche di Venezia, ma soprattutto, in maniera allegorica, la maestosità unita alla severità del gotico, l'erosione del tempo, il legame tra l'uomo e il mare in una urbanizzazione riuscita su note romantiche, il senso di disfattismo delle decorazioni di queste stesse facciate che pure restano erette in un rosso scuro che ricorda tanto il colore di cui amava circondarsi la nobiltà quanto il sangue.
Non è un caso che fu proprio da lì a iniziare la vera e propria fortuna critica dell'artista, che dagli anni '80 vede partire le sue prime grandi mostre antologiche che hanno celebrato questa sua grande continuità emotiva e artistica, la sua solidità e costanza in un lavoro che pure è sempre stato affrontato delicatamente, creando figure opache che avano una sorta di invisibilità trascendentale, richiamando a qualcosa lontano non solo nel tempo, ma anche nella materia, una sorta di spiritualità che si intreccia nei vuoti di colore, che sembra sollevare la figura verso l'alto, farla muovere su un binario verticale verso un'elevazione innaturale, una resurrezione di un'idealità passata, di una concezione ripurificata dell'esistenza come percorso.
Carolina Lio
Luigina Mazzocca abita e lavora a Castelfranco Veneto (Treviso). Ha studiato all'Istituto d'Arte di Nove (Vicenza), sezione Ceramica. Dopo il diploma si è dedicata alla ceramica artistica aprendo un proprio laboratorio: attività proseguita per diversi anni con soddisfazione. Nel contempo continua a coltivare la sua passione per l'arte sperimentando le varie tecniche pittoriche.
Dalla plasticità della ceramica è passata alla conoscenza più approfondita della "materia pittorica" lavorando per una decina d'anni anni nel campo del restauro di affreschi ed opere d'arte in genere, con il maestro veneto Gazzola. Sono anni, questi, importanti per la sua formazione artistica. Da qui, infatti, scaturisce la tecnica espressiva ideale di Mazzocca: la pittura "a fresco". Una tecnica successivamente trasformata e fatta propria.
Con la sua abilità tecnica e la sua personalità inquieta, ma vivace e sensibile, Luigina Mazzocca partorisce le sue creature in maniera frenetica. E' passata attraverso diversi cicli pittorici e periodi di creazione, dalla pittura figurativa (arte sacra, fiori, ritratti, figura, ecc.) ad una più astratta-informale. Con la sua arte mira all'interiorità umana, in particolare di donna, senza paure, in libertà.
Mazzocca ha iniziato ad esporre al pubblico solo dal 1999, ma ha ormai al suo attivo numerose personali in Italia ed all'estero: Asolo, Castelfranco Veneto, Cremona, Novara, Padova, Lodi, Piombino (LI), Torino, Treviso, Verona, Foggia, Stra, Venezia, Roma, Parigi, Jerez della Frontera, Tarvisio, Villach, ecc.).
Innumerevoli sono state le mostre collettive cui è stata invitata. Numerosi sono i suoi dipinti in collezioni private e pubbliche. Opere ed affreschi murari sono presenti in chiese, capitelli, edifici pubblici e privati. Di lei in questi anni si sono occupati numerosi giornali e riviste d'arte ed è presente in una quindicina di siti WEB internazionali dedicati all'arte.
La sua è un'arte di sperimentazione, di ricerca continua. Lo dimostrano i suoi numerosi "cicli": RItratti, Periodo blu, Pompei, Contestazione, Galleggianti, Rinascita, Voce della passione, i colori della coscienza, Contaminazione, Brandelli, Tutto meno che nero .
Dal 2005 ha aperto a Castelfranco Veneto "Art & Media", Galleria d'Arte e comunicazione, che gestisce insieme a Beppe Castellano, giornalista professionista.
www.luiginamazzocca.it
luiginamazzocca@tiscali.it
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Luigina Mazzocca è un’artista coraggiosa. Un giorno ha deciso di cambiare rotta, di andare – se così si può dire semplificando le cose – contro tendenza. Se la maggior parte degli artisti esprime un disagio esistenziale che corrisponde ai tempi smagati e violenti in cui viviamo – lei, per il proprio benessere, quello dei suoi figli e di quanti possono incontrarsi con il suo lavoro, ha scelto di esprimere valori positivi, cioè sorriso, luce, bellezza, amore. Il suo backgound affonda in svariate esperienze tecnico-linguistiche: dapprima puntigliosa ricerca analitico-descrittiva del reale (i ritratti realizzati ad affresco su tela - tecnica che ha poi sfruttato in tutte le esperienze successive fino ad oggi – ma anche cruda o provocatoria testimonianza socio/politica come nel ciclo della contestazione, 2001); accostamento poi all’espressività materico-gestuale e conseguente annullamento di una rappresentatività tout court per approdare all’astrazione, alla trasmissione di emozioni allo stato puro, senza il tramite di segni riconoscibili, per dar forma all’invisibile e all’ineffabile (v. i cicli “i colori della coscienza”, 2003, “brandelli d’amore”, 2004). Un guardare e penetrare oltre la durezza della “corteccia”, disvelando i moti nascosti dell’anima, nell’ area sfuggente di quel “nagual” ricordato da Carlos Castaneda (e assorbito da William Bourroughs) opportunamente citato da Francesca Brandes in una sua presentazione dell’artista. Muovendosi dunque sul terreno sdrucciolevole dello sconosciuto e dell’imprevedibile, del non dicibile e del non visibile, che l’arte tenta di portare a galla. Con il ciclo “Brandelli d’amore” era preannunciato il rinnovamento. In esso già compare quella gamma cromatica tutta di luce che esclude il nero (gli impressionisti in tutt’altro contesto e con tutt’altre vocazioni l’avevano già decretato), cioè lo spettro cromatico allo stato puro, dal rosso al viola, nei sette passaggi consacrati da Chevreul. Nell’ultimo ciclo, esposto in quest’occasione, la gamma cromatica si manifesta solo in questo modo : nella scala dei sette colori in cui si può scomporre la luce. Sono tante finestre che simbolicamente si aprono sul mondo, da cui trapela un colore dello spettro solare, assieme agli altri in altrettante finestre per comporre insieme le fasi della luce. Queste finestre, dispensatrici di positivo equilibrio e di gioiosa tranquillità, si spalancano dai supporti più impensati, da fondi di carta, di metallo, di legno dipinto, di alcantara, che assumono di volta in volta forme diverse. Lunghi nastri ondulati s’intersecano divenendo una sorta di pitto/scultura; in altri casi il fondo bianco di intonaco si arricchisce di striature parallele che derivano da precedenti indagini spazio-cromatiche, testimoniando, nonostante il mutamento di obiettivi, la continuità delle ricerche linguistiche. La tecnica, dentro alla finestra, è sempre quella dell’affresco ; ma le varietà materiche sono infinite; l’esplosione di colore può essere raggiunta in vario modo: con puri pigmenti, con perline, col mosaico. Il divertissement si unisce all’intento di produrre gioia. Il fondale è anche corteccia d’albero, anzi lunghi tronchi su cui si aprono le colorate finestre del cuore, dell’amore, della vita. Qui il colore si compenetra alla leggera carta di riso; cantano queste aperture sfidando la spessa scorza dell’albero. La metafora è chiara. Sfondiamo la durezza delle cortecce che ci avvolgono, con cui abbiamo costruito il nostro scudo di difesa contro i mali del mondo, l’apprensione delle alterità, dell’ignoto! Oltrepassiamo la corteccia, entriamo nella luce che certo ancora sussiste da qualche parte nelle nostre anime, nonostante le costrizioni autoimposte, i viluppi delle paure e dell’angoscia. E’ questo il messaggio luminoso di Luigina Mazzocca. E non teme di affondare il bisturi della solarità anche nell’immagine mitica della Gioconda vinciana. Ci scava delle finestre innondate di luce – filtrata da perline di vetro – anche nel suo corpo immortalato dalla divina pittura rinascimentale. Che si nasconde dietro il sorriso impercettibile e imperscrutabile – tanto perlustrato dagli storici dell’arte d’ogni tempo ? A scavarci, nonostante le nebbie dell’ambiguità, si possono certo raccogliere grumi d’amore, di calore, d’intensa, multiforme umanità.
Maria Campitelli
Nel 1999 Luigina Mazzocca ha intrapreso una ricerca focalizzata quasi esclusivamente sul ritratto. Ritratti di dimensioni per lo più eccedenti, e di molto, quelle naturali; ritratti che investigano gli effigiati con un'attenzione così puntigliosa al dato oggettivo da risultare persino indiscreta. La scelta stessa della tecnica e del supporto ("fresco" su tela) enfatizza tale atteggiamento, nello studiato contrasto tra l'immagine finemente lavorata e fissata in un intonaco simile a quello degli affreschi, e lo sfondo - neutro - della tela di cotone a grossa grana. Lo sguardo dell'osservatore è così irretito senza possibilità alcuna di divagazione dalla singola figura, dal suo perentorio stagliarsi su di uno spazio vuoto e piatto: luogo al contempo privo di senso e desolato, come tutti i deserti, fisici o metafisici che siano. Rispetto a questa assenza, a questo "non essere", le persone ritratte acquistano un peso e un significato assoluto. L'umano sembra trionfare nella sua più elementare e un po' ottusa datità, nella sua fisicità estrema, registrata dall'artista con la perizia di un facitore di calchi o di un neopositivista dedito agli studi di fisiognomica e antropometria. Non una ruga, una macchia della pelle, un'increspatura della bocca, sfugge allo sguardo-obiettivo che tutto restituisce senza infingimenti, senza abbellimenti, con il furore definitorio di un pittore della rinascenza nordica o - seguendo una stessa trafila - di un esponente della "Nuova Oggettività" primonovecentesca, per arrivare infine alle vette espressive di un Lucien Freud, maestro del realismo inglese del secondo dopoguerra. Se non conoscessimo, della stessa artista, una ricca produzione di opere a soggetto religioso, ispirate alla pittura minore e minima dei tanti frescanti popolari che hanno lasciato testimonianza, secoli fa, nelle nostre campagne, potremmo senz'altro ricondurre tale "esprit de clarté" a una forma di intransigente esistenzialismo, di heideggeriano "essere nel mondo" ed "essere per la morte". Ma l'autentica fede cristiana di Luigina, la sua predilezione per l'iconografia religiosa più tradizionale e a momenti oleografica, ci dicono invece che quest'aspra compresenza-contrapposizione di "pieni" e "vuoti" proviene da una visione del mondo inequivocabilmente cristiana, secondo cui al vuoto del non essere - della morte fisica e spirituale - si oppone sempre il pieno della vita, fiduciosa di sé perché consegnatasi interamente a Dio. È l'originalità creaturale di ogni essere umano, la sua "aggressiva" presa di possesso del mondo, ad essere piuttosto celebrata in questi ritratti, e contesa - una volta ancora - all'imprecisato "luogo" da cui ognuno di noi proviene e a cui - credente o non credente - farà prima o poi ritorno. La consapevolezza della diversità e dell'insostituibilità di ogni persona si accompagna, nelle intenzioni di Luigina, a una concezione parimenti cristiana di eguaglianza ed ecumenica compartecipazione degli esseri, sicché tra effigiati noti ed effigiati meno noti o affatto anonimi si stabilisce uno stesso vincolo di "paradisiaca" fratellanza. Eppure, nonostante questo correttivo, non si riesce a sottrarsi a una certa malinconia, quasi che davanti ai nostri occhi si disponesse una moderna teoria di ritratti del Fayyum. Sempre promana, d'altronde, dalle raffigurazioni di uomini e donne che punteggiano la civiltà occidentale, e in particolar modo dopo l'avvento della fotografia, una certa, impalpabile inquietudine: per il tempo che ad ogni istante ci modifica, per come eravamo e non saremo mai più, per come le nostre fattezze giovani potranno diventare un domani. Perché noi siamo fatti soltanto di tempo, e il tempo ci porta gioie e dolori (come dice, fin dall'inizio, il Qohélet): al punto che anche il più spirituale degli uomini - per chi si riconosca nella religione di Cristo -, papa Giovanni Paolo II, è nei due ritratti dedicatigli da Luigina prima di tutto un vecchio uomo sofferente, che tuttavia non teme di fare del suo corpo provato e segnato dal tempo il "signum" supremo di un tenace "voler essere": nella vita terrena e, per fede o analogia, in quella ultraterrena.
Michele Bordin (Castelfranco Veneto, TV - Firenze)
1961 è nata a Padova.
1975-1980 Ha conseguito il diploma di Maturità d’Arte applicate per la grafica pubblicitaria e
fotografia, presso l’I.S.A. Fanoli di Cittadella (PD).
In questi anni produce opere fotografiche di ambito scenografico,
neo-decadentistico, con un intelligente gusto del travestimento fin de siècle.
1981 Frequenta l’Università di Padova - corso di psicologia
1981-1985 Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida del maestro
Emilio Vedova, partecipa in questo periodo ad alcune esposizioni
nell’ambiente dell’opera Bevilacqua la Masa (VE)
1986 Biennale dei Giovani Artisti delle Tre Venezie, Ex Macello Padova
Partecipa alle attività del gruppo degli artisti della “poesia visiva”
italiana e internazionale.
Partecipa al film “Safari” di Sarenco, come fotografa di scena.
1987-1991 Si trasferisce a Rovereto (TN) dove lavora come insegnante
all’I.S.A. Depuro
“I Sogni di Alice”- Palazzo della ragione – Trento
“Immagini e Immagini”- Museo provinciale d?arte di Trento
“D.O.N.N.A.” – decidere oggi naturalmente nell’arte - Brescia
1990 Leipzinger – Grafik – Borse, Lipsia.
1991 “Pole Star”, Solianka Art Gallery di Mosca (performance in via
Arbat)
1993 “Retrospettive”- Palazzo Municipale, Galliera Veneta -PD
“Te Pito Te Henua-ombelico del mondo” Torre di Malta, Cittadella
(PD)
1995 “New Bohemians”, libreria Calusca – Padova
1996 “Video 8 Donna”- Piano nobile Caffè Pedrocchi – PD
1996 Ambiente Incontri (installazione), Sacile PN
1997 “Altre storie di poeti e varia umanità” Black Gallery, Verona
1997 “Salle Prive Art Gallery – Malindi – Kenia
1997 Le mulin de Ventabren Gallery – Marsiglia, Francia
1997 “Suxulf” studio d’arte Maraveja, Asolo TV
1997 Il libro d’artista, Galleria atelier - Mantova
1998 “Poesia totale” (sezione fotografica i ritratti dei poeti) Palazzo
della Ragione Mantova
1998 2° Biennale città di Bordighera
1999 “Praga magica, oro e nero” Palazzo dei Sette, Orvieto
1999 “All’acqua d’argento” Aula Mimismagia, Rovereto (TV)
2000 Hicetnunc, rassegna d’Arte contemporanea Cordovado (PN)
2000 35° Grolla d’Oro – Premio Internazionale - Treviso
2001 “Opus aetnae” Nicolosi, Catania
2002 Photographie, libreria Costaniero – Castelfranco Veneto - TV
2003 Olocaust, atelier d’artista, Tombolo (PD)
2004 Premio Farsetti , Santa Maria di Sala - Venezia
2005 “Oceano d’acqua dolce” Galleria Neopaleo, Mestre (VE)
2005 Asque e Terre – Villa Rietti – Tota, Motta di Livenza TV
2006 “Falls” Niagara Gallery, Ontario, Canada, Niagara Falls
2006 “Angel” Società Dante Alighieri - Enasco Canada
2007 Biennale Internazionale d’Arte di Malindi Kenya Fn Center.
“Giardini e Labirinti” Palazzo Gaiotti Art Gallery Vittorio Veneto
(TV)
“Corpospirito” collettiva in galleria Art&Media di Castelfranco Veneto – TV
Viaggi di studio e reportages fotografici in Europa, Asia, Africa, America, Oceania.
Attualmente studia iconografia russa con il maestro Roberto Zaniolo
GRAZIA AZZALI – FENOMELOGIA DELLA LUCE
La ricerca artistica di Grazia Azzali si colloca a metà tra la pittura e la fotografia, ma in modo totalmente inedito in confronto alle commistioni di genere che siamo già stati abituati e vedere. Quando si parla di convivenze tra pittura e fotografia la prima cosa a cui si pensa è, infatti, ad una stampa fotografica che viene coperta in modo più o meno predominante dalla pittura, ma dove ognuno dei due mezzi ha di fatto vita propria, il proprio momento dell'azione e la propria identità. Grazia Azzali, invece, confonde le due cose in un unico gesto, non utilizzando di fatto né la fotografia né la pittura propriamente intesi. L'operazione è pittorica, c'è la gestualità e il movimento dell'impressione del colore sulla tela, ma il mezzo è uno strumento fotografico. In definitiva il supporto su cui si compie l'azione è l'emulsione, ovvero la soluzione gelatinosa fotosensibile che viene depositata sulla pellicola. Su di essa la luce viene dosata e depositata come se si trattasse di un colore ad olio, creando una composizione tonalità oro su uno sfondo cieco.
Il risultato finale ha della fotografia la componente scientifica dell'utilizzo della chimica, e della pittura il gesto manuale dell'imprimere una superficie su un'altra superficie per creare un'immagine che prima era solo mentale. E in effetti, benché a prima vista il risultato sembri un'astrazione, un puro gioco di filature dorate su uno sfondo nerissimo, a debita distanza dall'opera le figure ricompongono dei soggetti intricati, distorti, viscerali, ma riconoscibili. Sono fate, barche, paesaggi marini, visioni del firmamento, vegetazioni notturne e altri elementi che insieme concorrono a ricreare una cosmogonia fantastica e quasi epica. E' un mondo della favole che vive in una dimensione perennemente notturna, che si interseca con la magia, con il corpus delle leggende e dei miti più antichi, con l'alchimia e l'esoterismo, impregnato di mistero e allo stesso tempo di rivelazioni, di scoperte che appunto mettono luce dove c'era il buio sotto forma di un messaggio che si rivela essere un'intera e complessa dimensione di senso e bellezza.
Il processo chimico reso dall'emulsione fotografica dà due vantaggi netti su qualunque altro mezzo. Il primo è l'esclusività di una tecnica che Grazia Azzali utilizza per la prima volta e con una padronanza che le viene da un ventennio di sperimentazioni. Il secondo è questo connubbio tra il buio e la luce in assoluto, come nessun colore pittorico o fotografia dal reale riuscirebbe mai a ricreare. Dalla totale tenebra emerge una fonte luminosa che muovendosi velocemente ricrea un disegno al suo passaggio e che soprattutto resiste fisso e non si dissolve, non sfuma e anzi, diventa sempre più netto e significativo. Il fatto che tutto questo accada a un livello chimico, rende l'opera non una rappresentazione della realtà, ma un fenomeno reale di per sé, qualcosa che non è né riproduzione della natura, né imitazione, ma una vera e propria nuova natura.
E se questa cosmogonia dai tratti gotici ed epici riesce così bene è ovvio che non è solo per una capacità del “saper fare”, ma anche perché fa parte di una spiritualità altamente sviluppata e netta che l'artista coltiva nel suo carattere, con la sua personalità effettivamente notturna, schiva, solitaria, che ricerca il mistero e che si appassiona di nuovi modi di intendere la vita oltre il materiale, mischiando continuamente il proprio quotidiano alle nuove scienze spirituali ed esoteriche. Ma a rendere unico il tipo di operazione è anche quello che potrebbe essere definito un suo difetto visivo e che in questo caso le è però di indispensabile supporto. La sua pupilla vede le fonti di luce sdoppiate e grazie a questo focalizza in modo migliore nel buio e ha una visione diversa rispetto alla nostra sulle fonti di luce, accentuando la visione magica che le sue opere formano e creando un immaginario dove è evidente un tipo di concezione diversa dell'uso della luce e del buio in confronto a chiunque altro.
La luminosità viene dosata con un tatto superiore alla media e la maggiore sensibilità dell'artista verso questo tipo di energia e materia la rende ancora più forte di quanto già non sia, dandole la possibilità di creare una trama e un tessuto di se stessa.
Parlando della sensazione quasi unica che la sua vista particolare le consente di avere e del rapporto che questa sviluppa con il suo lavoro, l'artista ha ideato un quasi motto: “L'opera è la mia frequenza”, ispirandosi un po' a quello che il suo maestro, Emilio Vedova, ripeteva spesso: “L'opera è il mio respiro”. Il termine usato da Grazia Azzali è però ancora più significativo in quanto riesce ad andare oltre a un rimando poetico e diventa un fenomeno fisico nel senso scientifico del termine: la luce è un'onda elettromagnetica e in quanto tale si identifica proprio con una frequenza. Quindi l'opera finale è in effetti la sua luce, il suo modo di filtrarla e concepirla, una modalità di ricerca di senso nel mondo, cercando un'illuminazione che dipani il buio della conoscenza umana.
Carolina Lio
L’opera è la mia frequenza
La superficie del quadro è un luogo inquietante, è lo spazio nel quale il gesto infligge e lascia la traccia del proprio passaggio alla maniera dei fuochi d’artificio: accendono il buio per poi esaurirvisi dentro.
Le mie sono presenze in fuga.
L’immagine mi è frontale, attraversa lo spazio in un totale smarrimento di luce e buio per trionfare in frammenti di ciò che è innafferabile.
Nasce a Cassola (VI). Bellinzona (Svizzera) paese della sua infanzia, è la culla di partenza per il suo percorso artistico, grazie alle amicizie che la incoraggiano e la spronano.
Nel 1979 inizia a dipingere frequentando lo studio del pittore asolano Federico Polo. Nel 1982 entra a far parte del gruppo “Arti Figurative” di Rosà (VI).
Nel frattempo frequenta numerosi corsi di formazione nel Vicentino in particolar modo quello di affresco col Prof. Verenini e di grafica col Prof. Marcon.
Dopo una pausa, in cui sono nati i suoi due figli, decide, nel 2000, di frequentare l’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Dal 2004 entra a far parte dei gruppi veneti “la Costola” e “Blu Cobalto”.
Con loro partecipa a diverse collettive: Expo Dolomiti Arte (Longarone), Villa Pisani di Stra (VE), Torre degli Ezzelini, con “Sogno nel Cielo” dedicata alle Frecce Tricolori a Bassano del Grappa (VI), ecc.
Ha partecipato a numerose estempore e concorsi, ottenendo vari riconoscimenti già dal 1983 con il Premio d’Arte “Europa giovani” (palazzo Agostinelli a Bassano del Grappa).
Per la sua città, Castelfranco Veneto, ha sempre collaborato nelle varie manifestazioni artistiche con successo, affiancata dalla galleria Art & Media dove parteciperà alle collettive “Corpo –Spirito”, nel 2007 e ”La Modella” nel 2008.
Fin da giovanissima è sempre stata aperta a tutte le forme d’arte e di sperimentazione, dalla pittura, alla vetrinistica, dalla creazione e confezionamento di abiti e borse, alla fotografia ecc. Da oltre 10 anni, nel suo studio, oltre al cavalletto è presente la macchina da cucire e il computer: “attrezzature” per la realizzazioni del suo ultimo progetto che narra – simbolicamente - la vita delle donne in borsetta.
È un autoesame sincero diretto non solo al mondo femminile, ma anche, almeno per curiosità, a quello maschile.
Contenitore di oggetti, accessorio di uso femminile, feticcio tra i più amati… Questo e molto altro può esser detto della borsa, nata in sordina e approdata alle luci della ribalta, da articolo sussidiario a status-symbol per l’immagine di una donna. Rivelatrice dello "stile di vita", la borsa si fa interprete delle necessità di tutte le donne, venendo spesso considerata un vero e proprio “modo di essere”. Poco importa se sia ampia, capiente, comoda, lussuosa o griffata … L’importante è che adempia alla sua funzione principale: la discrezione. Ed è proprio qui che Maria Pia Settin interviene, dissacrando completamente le mansioni storiche di quest’oggetto, trascendendolo e trasformandolo in un mezzo per indagare il mondo femminile. L’artista palesa la potenzialità intrinseca di quest’oggetto in quanto alter ego della femminilità, ma ben lontana dal mistificarla, ne mette a nudo i segreti più intimi, svelando vizi e piaceri, racchiusi ed inconfessati troppo a lungo. Dal suo studio sono uscite una miriade di borse dalla forma sia minimalista che sofisticata, utilizzando materiali come nailon, cuoio, pelle, vernice, velluto, ecc… arricchite da manici protagonisti, tocchi d’oro ed argento negli accessori, spille e fermagli che hanno l’unica funzione di decorare. Nelle mani e nella mente di Maria Pia, i soggetti, pescati direttamente dal quotidiano, si trasformano, nobilitati in altro. Sofisticate tecniche di cucito, tra immaginario e realtà, tra passato e presente, costruiscono dei ponti fortuiti tra infinite divisioni semantiche e temporali. Illustrativo in tal senso è il tema trattato sulla violenza. Le ferite causate da un atto di sopruso, psicologico o carnale che sia, sono espresse da aghi pungenti che, anche se tolti, lasceranno un segno indelebile. Una bambola viene imprigionata dentro una sfera trasparente: un luogo in cui ogni tentativo di denuncia viene represso e dove il silenzio regna sovrano. Il silenzio della vittima, il silenzio della società, il silenzio della storia. Un silenzio muto ma allo stesso tempo stridente, la trasparenza del materiale infatti, vuole denunciare l’apatia di chi non vuol vedere. L’opera induce lo spettatore a dare un volto a questa donna, rea di essere giovane, bella e desiderabile. Doppiamente colpevole per il suo stato di vulnerabilità, che attrae la brama di supremazia sul più debole.
L’ossessione per la classificazione e la conseguente combinazione di riferimenti eterogenei, che contraddistingue le sue opere, è restituita in forma gerarchica elegantemente ordinata in una ragnatela di connessioni. Elementi apparentemente estranei l’uno all’altro, si catalizzano attorno ad un senso compiuto. L’artista ultima la sua indagine attraverso la fotografia, linguaggio che le permette di muoversi con grande libertà espressiva, grazie alla sua unica duttilità nonché alla molteplicità di variabili esprimibili ed indirizzabili verso esiti creativi. L’inserimento di questi suoi manufatti in un contesto volutamente non realistico, caratterizzato da sfondi bianchi o neri, permette alla luce di creare contrasti d’ombra talmente netti da poter esser pensati come dei prolungamenti dei corpi stessi. Lo strumento fotografico si appropria dalla natura tridimensionale in cui l’oggetto esiste, trasportandola in quella bidimensionale propria di questo mezzo espressivo. Le fotografie stampate direttamente su plexiglass, permettono alla Settin di giocare sulle trasparenze, creando straordinari effetti luminosi e conferendo alle sue opere una maggiore forza interagente con l’ambiente circostante. L’abilità dell’artista sta per l’appunto nell’esser riuscita a trasmettere le sue idee in modo deciso e raffinato, dirompente ed elegante, legittimando l’espressione fotografica come unica erede dei messaggi materializzati dalle “borsette”. Il lavoro più esemplificativo della sua ricerca è “La Sposa”. L’autorevolezza di quest’opera consiste nel geniale accostamento per antitesi di pizzi, merletti e confetti (che rimandano chiaramente al matrimonio) con un paio di forbici che tagliano un preservativo, alludendo ad un distacco netto con la vita passata, ma anche ad un taglio vero e proprio dell’anticoncezionale, che preclude la possibilità di essere madre oltre che moglie.
Elemento chiave per comprendere il lavoro di Maria Pia Settin è il fatto di essere un’artista-madre. Si tratta di un’identità che da una parte ha accentuato la sua sensibilità e, dall’altra le ha conferito un’incredibile capacità di osservazione. È una combinazione di emotività e schiettezza, che infonde forza ai temi trattati senza diluirne l’essenza. Il suo istinto materno trova espressione in “Battiti”, un lavoro che, dietro l’apparente stile romantico, si fa portavoce di concezioni universali come il valore della vita, obbligando l’interlocutore ad interrogarsi su temi quali l’eticità dell’aborto o della fecondazione assistita. Ad ornare la borsa non troviamo più artificiose tecniche di cucito o merletti ricercati, bensì un lungo filare di cromosomi che si presta ad incarnare le speranze, le aspettative e le paure durante il periodo di gestazione di una donna. Ancora una volta l’artista gioca sulla trasparenza dei materiali, ora per indicare la purezza e l’integrità delle nuove vite messe al mondo, o nel caso dei cuori, per delineare la necessità di riempire l’esistenza di queste creature di amore e gioia.
In lei prevale il desiderio di comunicare senza sofismi o escamotage. Quella che è venuta a meno è la paura di non essere capita. Questa attitudine porta una catarsi del messaggio ultimo della sua ricerca, che apostrofa uno status quo da legittimare ed induce l’esterno a pensare al femminile. È un vero e proprio viaggio nell’essenza del femminile.
Pony, che ovviamente si fa chiamare con uno pseudonimo, è un artista che vuole essere di fatto anonimo e non mette i suoi dati personali nella propria biografia.
Ma non si tratta di voglia di mistero, quanto di una parte integrante della sua ricerca. Questa, infatti, ci parla della spersonalizzazione, del distacco dalle proprie caratteristiche fisiche, biografiche e culturali, verso una direzione di spiritualità.
L'oggetto che innesca questo processo è il vestito,
L’abito ha sempre accompagnato l’umanità di tutti i tempi. Ha rivelato usi e costumi e nello stesso tempo ha condizionato l’uomo e soprattutto la donna di ogni età.
E’ un percorso-ricerca che Pony ha iniziato fin da studente, ma solo dopo la maturità artistica c’e stata un’incessante produzione di lavori.
Oramai, l’artista stesso, come persona e quindi il “vestito-simbolo”, passando attraverso vari stadi di purificazione, è arrivato a neutralizzare il proprio corpo o chi ha indossato quel copri-fisico. Il tutto è bianco, irrigidito, a volte semi accartocciato e senza peso fisico.
I vestiti stanno evolvendo in entità di luce in cammino.
Pony, obviously a nickname, is an artist who wishes to remain anonymous. Rarely showing himself to the public, he doesn't speak about himself, nor does he mention any details of his biography. Not so much a penchant for mystery as an expression of his research that focuses on depersonalisation, an attitude of distance from one's own physical traits, character, history, in favour of a higher spirituality expressed through symbols and images taken from a more religious dynamic.
The object that starts off this process is a garment which undergoes different stages of purification until it becomes allegorical of a finally attained transcendental status, and now becomes just a relic. The main object is therefore not the garment, but rather the spiritual and mystical situation that overwhelms it, as we might guess, a solution of physical neutrality where the artist does not identify with any earthly quality. No gender, no age, no physical description. He throws us off the track by making use af various articles of clothing which may belong now to a young lady, or to a child, or to a distinguished businessman and so on.
Through the different acts that he applies to every item, Pony is able to impersonate various profiles and personalities without being any of them, achieving the effect of involving the viewer in a theatrical game on one hand, and crediting himself with some sort of superiority over human stereotypes on the other, raising himself above the rules that define the essence of being versus seeming.
These two concepts are separated for the artist: he treats body and soul as two different matters without forgetting that what we wear can be a visual clue to our inner world, a record of our time and social system, an indicator of the values in which a person lives and acts, revealing the taboos, tastes and opinions of the single person and of the community. Precisely because the item of clothing indicates a human and earthly code, it has to be abandoned sooner or later, becoming an empty shell, emptied of the person. After taking a picture of the item as a testimony of its existence, Pony crystallises it in a resin to stiffen it and transform it into a sculpture, with a texture somewhere between plaster and cardboard. It becomes useless, its nature is distorted, its position reveals inner hollow spaces where once in the past there was a living body. But at the same time it changes into testimony, a symbol, an idol, an exhibit and again a true relic. After all, many ancient garments are revered by worshippers of religious personalities of the past, now reunited with God, according to the Catholic faith. In this case also the fabric carries the memory of the spirit, but in a different way. This is not a form of trascendence that refers to life after death, but a knowledge we can achieve in life of a deeper dimension than that of human existence where there is no matter but energy. This split is there in the work of Pony, where a comparison takes place between "before" and "after" in every set. In the close-up the image of the already crystallised garment is defined and vividly outlined, the symbol is there; on the background the image of the object is out of focus, fuzzy, a picture taken before the transformation into sculpture. The memory and process of overcoming are both there. This final composition is printed on plexiglas, a transparent medium that enhances the feel of a supernatural and abstract setting and transmits an elevated sense of mysticism when laid on a luminescent led surface, which creates from an uniformly diffused light below the image.
The metaphor of light as divine salvation, enlightenment and knowledge is obvious. As the garment represents an abandoned physical body, the light shows the new dimension that the spirit has achieved. And in this play of quotations and hints of mental patterns from our moral and civil tradition, the music marks its appearance, a form of art without a tangible form, that Pony uses in installations where the garments are frozen in resin while hugging and enveloping a musical instrument. The instrument takes the place of a human body and the music/soul, without a physical presence or substance, is something we cannot perceive but which we know was there before, we can imagine it, far-off and detached, aiming for that new mystical dimension we have already seen. A further development, a conceptual aid perhaps that Pony offers viewers is the protection of some of his works under a plexiglas display cabinet.
The effect is not only visual, but highlights a sort of need for historical conservation, the creation of the testimony of a witness, an even stronger legitimisation of the garment-symbol, carrier of memory and crystallisation of a temporal and spiritual dimension.
The temporal sequence of this journey is shown by exhibition paths that are always composite and contain the various stages of the spiritual development of the artist, his abandonment of mere material reality as recorded by the various steps taken to realise the final work. The sculptural garments are thus exhibited as installations or are laid upon the pictures of the original items, once again photographed on the plexiglas or in the display cabinet, with or without the led lighting, so that every show will be a little museum testifying to an inner development that doesn't deny the difficulties, the many trials, the attempts to understand what is beyond the human-centered dimension.
Mario Tavernaro - Asolo (TV) 1962.
A 18 anni già si crea il suo studio di pittura e scultura.
Partecipa a numerosi concorsi nazionali tra i quali premio Grolla d'oro e “ARTE” Mondadori. Nel 2000 espone all'Arte fiera di Padova presentato dalla galleria Alba di Ferrara ed espone dipinti,sculture in bronzo ed installazioni nel grande spazio espositivo “Piero's club” Montebelluna. Nel 2003 espone piu' di 100 opere in una personale a villa Benzi Zecchini- Treviso dove presenta il catalogo personale. Nello stesso anno espone al Castello Estense di Ferrara alla selezione “Cromaticos”. Nel 2004 espone all'Arte Expo di New York. Nel 2005 personale di pittura a Roma “Giulio passami l'olio” e galleria “Il Sacco Arte”Castelfranco Veneto.
Nel 2006 espone in tre personali:chiesa sconsacrata Asolo Treviso,galleria “La Meridiana”-Verona, Palazzo dei Capitani Malcesine Lago di Garda. Nel 2007 ed espone alla Fiera dell'Arte all'aperto Padova. Partecipa alla 17 th Fiera “Sanat Fuari” a Istambul in Turchia. Nel 2008 due grandi personali: prima presso la biblioteca di Montebelluna (TV) poi presso la Galleria Art&Media di Castelfranco Veneto.
Contaminato e contaminante nell'essere UN artista libero da regole formali ma attratto da queste, che da UNA pittura astratta ricerca l'ordine nella forma al patto che il risultato sia sempre suscettibile di variazioni, mai fermo nella SUA veste definitiva.
L'ARTE, vissuta come contrappunto ed analisi d'UN'esperienza umana di suo già colma, diviene il suo diario cromatico; UN generoso racconto che ci concede con UN atteggiamento d'onestà che ricorda gli antichi valori della SUA TERRA d'origine. Il Veneto appunto con la propria tradizione contadina, oramai confinata, ma a lui ben nota: i sapori della tavola impregnano le corpose tinte sulla tela in UN gioco di rimandi sensoriali ai quali siamo chiamati a partecipare mentre la schiettezza del linguaggio brusco ed allo stesso tempo melodioso mutua in UNA struttura TESA e sicura.
Mario Tavernaro lavora sommando temi e idee, addizionando tecniche SU tecniche in UN ESUBERO caotico di materia sia essa olio, creta o elementi scovati ovunque. Istintivo e curioso viaggiatore registra e accumula vissuto per metabolizzarlo e rigettarlo in UN rimando libero ed a volte ludico, UN giocare alla ricerca dei molti artisti che hanno con la loro opera influenzato UN tratto, UN occhio, UNA tecnica inusuale. Ogni suo quadro è uno spaccato dei suoi amori per le avanguardie dell'ultimo secolo dai quali egli ha assorbito un linguaggio teso e deciso, con UN utilizzo esplicito dei simboli senza mai eccedere nel lezioso; le SUE opere non sono mai ammiccanti: UN contrasto forte di tinte, un'anatomia volutamente inesatta ci preservano da UN facile appagamento senza però voler ricercare UN ermetismo fine a SE' stesso. Mario Tavernaro esplora UN mondo SUB, popolato d'immagini contemporanee e riconoscibili, modellate da bisogni condivisibili da tutti attorno ad UNA tavola imbandita, impregnate d'UN presente che lo vede protagonista ma che cela uno strato più profondo nelle composizioni dove queste figure spariscono lasciando maggiore respiro a campiture di colore più audaci.
Farsi guidare nel suo atelier significa perdersi TRA decine di tele accatastate ebbre di storie d'amici, di sogni, d'evasione; la comunione delle esperienze di Mario Tavernaro con la gente che lo circonda STA alla base della SUA ispirazione e questo è commovente quando ci si scopre attori in qualche suo lavoro, distorti nella fisionomia ma così straordinariamente veri nella nostra intimità. Ci perdiamo TRA volti fieri intrisi di culture africane, TRA piccole istallazioni sorprendenti nella loro spavalda ironia e ci fermiamo assorti di fronte al potere delle sculture di bronzo. Opere strabilianti per la loro forza espressiva, ieratiche ed inquietanti queste sculture rappresentano alcuni degli apici dell'ARTE di Mario Tavernaro; opere che permettono UNA lettura più ampia della produzione dell'artista trevigiano verso territori meno noti e sicuri, vicini ad UN sentire più arcaico e spirituale.
Il viaggio continua TRA pezzi di legno, cornici scelte con estrema cura ma noi ci sentiamo oramai giù dentro il suo linguaggio e vorremmo farci ritrarre da Mario Tavernaro per riuscire a guardarci da UN'altra angolazione, UN'angolazione più estrema ma forse più sincera, l'angolazione di ESUBERARTE.
di Mirko Sernagiotto
Miguel Miranda, nasce nel 1956 in Perù. Esattamente nella città di Machu Picchu, che prende il nome dalla montagna sacra agli antichi nativi peruviiani, gli Inca. Da decenni in Italia, si sente italiano e trevigiano a tutti gli effetti. Non per questo rinnega, anzi valorizza con la sua arte, la cultura andina. Ha al suo attivo numerosissime sculture, anche di grandi dimensioni, realizzate soprattutto in pietra e marmo - suoi materiali prediletti, lui figlio delle rocce - sia per privati, sia per enti ed amministrazioni pubbliche in Italia e all’estero. Sono opere nelle quali si fonde, rendendole “vive”, l’essenza stessa di ambedue le millenarie culture di cui si nutre Miranda. Ne sono un lampante esempio le sculture donna-cavallo presentate nella rassegna. Una mirabile fusione di forme in cui l’eleganza, la morbidezza, la fluidità e la forza del cavallo vengono abbinate a quelle prettamente femminili, a formare un unico corpo. Donna e natura, indissolubilmente legate a formare un Tutto. Il “Tutto” di Pachamama, la forza femminile creatrice del mondo secondo la tradizione andina. La Grande Madre Terra da cui tutto ha avuto inizio e che attraverso la sua energia, ben utilizzata, è l’artefice della felicità di ogni suo figlio. E’ dentro lo stesso Miguel, la “religione” pacifica di Pachamama, ed emerge prepotente nelle opere Donna-sfera in una incessante ricerca di continuità fra le forze creatrici. Continuità = vita, in un continuo movimento, un continuo evolversi senza un solo attimo di staticità. Un omaggio alla bellezza della donna, non solo in quanto tale, ma anche in veste di figlia prediletta della Pachamama.
Giovanni Casellato nasce nel ‘68 a Thiene in provincia di Vicenza,nel ’97 si laurea in architettura presso lo IUAV di Venezia. Da diversi anni ormai si occupa di design, prediligendo il ferro nero non decapato come materiale da cui partire per i suoi lavori.
Si occupa di progettazione e realizzazione d’interni, per abitazioni, uffici, negozi, show-rooms, dai complementi d’arredo ad elementi architettonici, dai prodotti su catalogo a progetti realizzati su misura, scenografie teatrali e allestimenti fieristici.
Nella ”casa-bottega” a Coste di Maser in provincia di Treviso, le idee prendono forma. Una realtà artigianale sempre più lontana dalle dinamiche seriali, dove Giovanni ricerca in ogni pezzo il fascino del “pezzo unico” , lavorando meticolosamente sulla linea e sulla finitura , come elemento da valorizzare nel suo aspetto naturale, attraverso vari processi di ossidazione o grazie ad interventi di smerigliatura.
Giovanni Casellato was born in 1968 in Thiene, in the Vicenza province. In 1997 he graduated from the architecture university of Venice (IUAV).
He’s been focusing on design for several years now and chose black iron as raw material for his work.
Giovanni is developing interior design for private houses, offices, and showrooms, as well as furniture, architectural components, tailored projects, scenography and tradeshow sets.
Ideas take shape in his “workshop-house”, located in Coste di Maser (Treviso province).
His work ethics is deeply anchored in a true craftmanship tradition which is setting itself appart from the dynamics of industrial production. Giovanni is looking for the fascination of the “unique piece” in each of his works by meticulously refining the lines and finishes as elements he intends to highlight in their natural aspect through various processes of oxydation and varnishing.
Mimmo Urzia (1952), vive a Roma dove Svolge l’attività di fotografo. Ha collaborato alle trasmissioni televisive “D.O.C.” di Renzo Arbore e “L’altro spettacolo” di Gianni Minà. E’ stato fotografo di palco per le manifestazioni musicali “Fiesta” dal ’96 al 2001 e possiede un impressionante - per mole e qualità - archivio fotografico su musicisti di ogni genere e nazione. Molti suoi scatti sono diventati le copertine di dischi che abbiamo più volte ascoltato. La sua capacità di cogliere l’anima dei musicisti ne fa uno dei fotografi più amati dai professionisti del settore. Grazie all’interessamento dell’Ambasciata della Repubblica di Cuba, la mostra “Un Passo di Ritmo Cubano”, di cui presentiamo una parte, si è già svolta a:
- Genova - Fondazione Casa America nel 2001
- Roma - Antica libreria Croce nel 2002
- Repubblica di San Marino – Teatro Titano, p.zza S. Agata nel 2002
- Perugia – Università per Stranieri nel 2003
- Treviso – Treviso jazz festival nel 2004
- La Palma Jazz Festival nel 2006
Numerose sono le sue foto pubblicate su copertine di dischi, fra cui:
Moncada 1988 – LP prodotto da Romeo M. Ferrero per EGREM
Eliades Ochoa – Grandes Exitos – 2000 EGREM Cuba
Francesca De Fazi 2002-live Big Mama – Roma
Cuba Latin pop – Antares Europea – 2002 Cuba
EL NEGRO AND ROBBY BAND –Horacio el Negro Hernandez & Robby Ameen
Live at Umbria Jazz - Perugia –Luglio 2003.
Fotografo di scena al documentario Ray Lema
Girato nel 2006 da Andrea Boni x Produzioni Dimi spa.
Le sue foto sono state pubblicate su varie riviste come: Panorama, Noi Donne, Il Messaggero, Africa News, Enciclopedia Musica Latino Americana, Fare Musica, Guitar Club.
Nel suo archivio fotografico sono presenti Artisti come:
Dizzy Gillespie,Vieja Trova Santiaguera, Adalberto Alvarez, Joe Arroyo, Maceo Parker, Sandoval, Daniela Mercuri, Willy Colòn, NG la Banda, Michel Petrucciani, Oscar D’Leon, Ruben Blades, Celia Cruz , Tito Puente, Jonny Patitucci , Micelle Shocked , Joan Armatrading ,Chuco Valdes ,
Los Van Van , Carlinhos Brown , Manu Chao , Morcheeba , La India , Joe Ben Jor
Eliades Ochoa , Rita Marley , Terra samba , Branford Marsalis , Herbie Hancook ,
Ben Harper , El Gran Combo , Paco De Lucia , Gilberto Gil , Paulito F.G. ,
Goran Bregovic , Dulce Pontes , Joe Zawinul , Franco Battiato , Fiorella Mannoia
Gruppo Nice , Josè Alberto ‘el Canario’ , Creedence Clearwater Revived , Elisa ,
Carlos Manuel , Giorgia , Miriam Makeba , Monolito y su Trabuco , Orlando Poleo ,
Alpha Blondy , Charanga Habanera , Chico Cesar , Josè Feliciano , Buju Banton
Fania Latin Legenda Band , Candido Fabrè , The Wailers , Vocal Sampling ,
Marisa Monte , Inti Illimani , Ricardo Lemo , Manu Dibango , Isac Delgado , Klimax ,
Djvan , Bamboleo , Roberto Nino , Olo Dum , Orquesta Argon , Mory Kante ,
Ry Cooder , David Linde , Zap Mama , Spearhead , Almamegretta , Neneh Cherry ,
Vinicio Capossela , Daniele Silvestri , Francesco Guccini , Lucio Dalla , Renato Zero ,
Caetano Veloso , Gonzalo Rubalcaba , Francesco DeGregori , Ernestico , Ray Lema ,
Gino Paoli , Ornella Vannoni , Fela Kuti , Ruben Gonzale , Kaled , Bob Womek ,
Cheo Feliciano , Salif Keita , Youssou N’Dour , Carlos Santana , Chenedit ,
Tony Allen , Tata Guines , Stefano Di Battista , PYnk Floyd , Gorge Benson ,
Saloomon Bark , Fabrizio De Andre , Gianna Nannini , Pino Daniele , Tony Manzanera.
TONI ZARPELLON è nato a Bassano del Grappa nel 1942. Ha fraquentato la Scuola d’arte di Nove (VI) e il Corso di pittura all’ Accademia di Belle Arti di Venezia.
Ha insegnato dal 1964 al 1987 all’Istituto d’Arte di Nove e all’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia. Espone dal 1965 in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
. E’ inserito nel volume "La pittura nel Veneto - Il Novecento" (edizioni Electa, Milano - 2006) e in "Storia dell'arte italiana del '900, generazione anni quaranta" di Giorgio di Genova (edizioni Bora, Bologna - 2007).
Il suo cammino artistico si è snodato attraverso alcuni punti cardine.
Tra i pricipali citiamo le CAVE DI RUBBIO. Intervento partito dal 1990 e che continua tuttora, di sintesi plastico-pittorico nello spazio-ambiente in una natura abbandonata e degradata dall’uomo. Spazio che conta migliaia di visitatori all’anno. Il prossimo luglio e agosto sarà la sede dell’ottava edizione del Festival Veneto della Fiaba Animata “la fiaba, l’ambiente e il riciclo”. Il festival è rivolto a tutte le scuole di teatro e di drammaturgia, agli attori, autori e registi emergenti e professionisti sul territorio nazionale.
Un altro punto importante sono i 100 AUTORITRATTI eseguiti in 100 giorni tra il 99 e il 2000. Un periodo di passaggio estetico-esistenziale teso ad indagare su una nuova centralità mentale e fisica in fase di evoluzione. Ora queste 100 opere sono in permanenza al museo Bargellini di Pieve di Cento.
Il MAGI 900 Museo delle Generazioni Italiane del 900, fondato dall'imprenditore e collezionista Giulio Bargellini all'interno di un ex silos per lo stoccaggio del grano, offre agli amanti dell'arte un ampio panorama sul Novecento italiano con un attento sguardo all'arte contemporanea. La collezione, creata sulla base delle acquisizioni personali dello stesso Bargellini annovera oggi più di 2.000 opere di arte moderna e contemporanea fra pittura, scultura, fotografia e installazioni.
Si possono dunque ammirare i capolavori dei grandi nomi che hanno segnato la storia del XX secolo: Afro, Balla, Burri, Boccioni, Cagli, Campigli, Carrà, Capogrossi, Casorati, Corpora, Crippa, De Chirico, Depero, Dova, Guttuso, Manzù, A. Martini, Melotti, Minguzzi, Modigliani, Arnaldo e Giò Pomodoro, Recalcati, Savinio, Severini, Sironi, Vedova, per citarne solo alcuni. Il Museo dunque abbraccia il secolo recentemente concluso con opere di artisti raggruppati in decenni fino alla generazione dei nati negli anni '40.
Figlio d’arte, nasce a Castelfranco Veneto nel 1956. Dopo brevi studi presso il liceo artistico di Treviso, decide di intraprendere la carriera di musicista. Questo lo porta , per quasi un trentennio, a girare il mondo suonando nelle più svariate situazioni. La pittura è una passione sotterranea e pesonale, infatti decide di esporre le sue opere al pubblico solo dal 2002 presso il “Barco Mocenigo” di Castello di Godevo (TV).
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